All posts by Maria Domenica Ferrante

LAVORO AUTOBIOGRAFICO RIPENSA AL TUO PERCORSO DI FORMAZIONE E RACCONTA UNA RELAZIONE EDUCATIVA PARTICOLARMENTE SIGNIFICATIVA E QUALI SONO STATE LE CARATTERISTICHE E COSA TI HA INSEGNATO.

Il percorso educativo nella scuola costituisce un’esperienza di vita che, almeno nelle società di tipo occidentale, coinvolge tutti e per un lungo periodo. Se includiamo anche l’epoca degli studi universitari, riguarda almeno 20-25 anni della nostra esistenza. Comprende, quindi, per tutti i soggetti, gran parte del periodo evolutivo, per alcuni lo copre completamente, per altri procede oltre. L’esperienza scolastica, dunque, non può non lasciar traccia di sé in ogni individuo, sia nel bene che nel male. Se ascoltiamo il racconto di adulti, molti di loro riconosceranno, nella propria esperienza a scuola, un alto valore formativo e di crescita, per altri sarà, all’opposto, un’esperienza solo da dimenticare. Nei colloqui con i genitori di bambini, specie se con problemi scolastici, inevitabilmente ritorna la memoria delle loro pregresse esperienze tra i banchi, che possono avere un diverso valore nell’economia narcisistica (stima di sé) ed essere di aiuto nel sostenere il proprio figlio o, al contrario, costituire una interferenza oltremodo negativa. La frequenza scolastica, soprattutto l’ingresso a scuola nei primi anni e nei vari passaggi da un livello ad un altro, comporta uno sforzo adattativo da parte del bambino che può anche disvelare difficoltà nell’organizzazione psichica e cognitiva. D’altro canto l’esperienza scolastica è, potenzialmente, di grande significato per la formazione e crescita psicologica. Può dare un contributo rilevante al consolidamento e funzionamento dell’Io di un soggetto in età evolutiva. Gli scopi della scuola, mirati a favorire l’apprendimento, lo sviluppo emotivo, il contenimento, la crescita morale, l’esperienza dell’altro, il senso del gruppo, di fatto comprendono tutte le aree di funzionamento dell’Io. Di questo significato specifico possono, naturalmente, usufruire tutti i bambini e, a maggior ragione, potrebbero avvalersene coloro che presentano varie difficoltà di crescita e i bambini con plurihandicap. La mia prima esperienza educativa è avvenuta in un Istituto Speciale in provincia di Avellino. Lì era naturale che la situazione di apprendimento degli alunni era dipendente dagli educatori. Vi erano 8 bambini e 5 ragazzi pluriminorati, per loro il bisogno di dipendenza era più accentuato ed erano evidenti comportamenti passivi. In quel caso, era giusto che quei bisogni venissero soddisfatti, ma bisognava evitare atteggiamenti collusivi tra bambino e corpo docente. Mi riferisco a quei casi in cui, se manca l’insegnante di sostegno, è la fine del mondo!

La relazione educativa mi ha aiutato a scoprire, insieme all’alunno, spinte magari minime, nascoste (dietro un atteggiamento apatico, distaccato, dietro una difficoltà motoria) verso la loro spontaneità, una relazione forte per la loro crescita.

Un difficile compito educativo consisteva nella capacità di gestire l’aggressività, porre dei limiti a questa.

C’erano bambini e ragazzi più violenti di altri, che avevano difficoltà ad autolimitarsi e che potevano essere essi stessi spaventati dalla propria distruttività. Era necessario in quel caso riuscire a trovare un atteggiamento molto fermo, ma disponibile, evitando risposte particolarmente repressive e facendo sì che gli aspetti di personalità più costruttivi del singolo e quelli del gruppo potessero emergere.

Ho capito che se un alunno trova una risposta positiva, degli argini ai suoi impulsi aggressivi, sarà un po’ più forte dentro di sé.

Ogni educatore dovrebbe riconoscere, capire e tener conto della propria personale suscettibilità interna rispetto all’aggressività, quanto egli può essere vulnerabile ad essa, intollerante o spaventato (una risposta repressiva può essere dovuta a questi fattori), oppure, al contrario, sentirsi sufficientemente tranquillo per affrontarla. Ognuno di noi ha una propria reattività interna verso comportamenti violenti.

A volte, alcuni alunni possono vivere sentimenti anche intensi, ma poco realistici (paure, invidie, odio, amore) verso l’insegnante. Tali affetti possono avere un valore di transfert (trasferimento inconsapevole sull’insegnante di emozioni, atteggiamenti sperimentati originariamente verso rappresentazioni interne di altre persone, per lo più genitori o parenti stretti), ma sono veri (nel senso che sono vissuti come tali dal bambino) e non possono essere eliminati così facilmente. In queste circostanze la funzione dell’educatore è quella di facilitare nell’alunno una percezione realistica, attraverso un comportamento in cui non si lascia indurre a seguire le pressioni che il bambino può sollecitare in lui (ad es., bambini che hanno bisogno di essere puniti, altri di essere compatiti, ecc., spesso inducono nell’adulto atteggiamenti punitivi o compassionevoli).

Un atteggiamento dell’insegnante orientato in senso realistico gradualmente favorisce l’Io nella dimensione di contatto con la realtà e la spinta delle proiezioni inconsce si riduce.

Vorrei concludere ricordando una disposizione psichica naturale dell’essere umano, su cui mi sono soffermata più volte: la capacità introiettiva (il mettere dentro psichicamente) e quella identificatoria (che ne è una conseguenza più evoluta). Se un soggetto in età evolutiva, nel suo percorso scolastico, avrà la possibilità di introiettare esperienze positive e di identificarsi con aspetti “buoni” di adulti (insegnanti) o di coetanei, se potrà internalizzare le funzioni benefiche di costoro, sicuramente nell’intera esperienza educativa si potrà riconoscere, come esito, quello di aver apportato dei contributi alla costruzione di un Io più solido.

La docente: Ferrante Maria Domenica

Relazione Finale Docente: Ferrante Maria Domenica

“Il docente riflette metacognitivamente su se stesso, su quello che fa per aiutare un alunno in difficoltà ad elaborare delle competenze e usarle.

Questo processo lo fa crescere professionalmente, con benefici nella didattica per tutti gli alunni, anche quelli “bravi”, che apprendono bene, ma che imparano ancora meglio, se l’insegnamento aumenta di qualità”.

Canevaro e Ianes, 2006

Ripercorrere i momenti più significativi della mia carriera lavorativa   mi ha riportato indietro nel tempo e mi ha portato a riflettere sul fatto che sono trascorsi più di trent’ anni da quando ho conseguito il Diploma Magistrale.

Da circa venticinque anni lavoro come insegnante, ma il percorso che mi ha condotto nella scelta di tale professione, non è stato particolarmente diretto né tantomeno “premeditate”.

Sicuramente posso dire che la maggior parte della mia carriera si è svolta nel ruolo del sostegno tra scuole statali e private e seppur possa apparire, a volte demotivante   e faticoso   credo che l’insegnante   di sostegno abbia un ruolo importante, soprattutto nel creare con gli altri alunni della classe un rapporto   un po’ diverso da quello che hanno con le insegnanti curricolari.    Ciò   perché   secondo le recenti normative   sull’integrazione e inclusione   effettiva dell’alunno     con disabilità, l’insegnante     di   sostegno   non   può   e   non   deve   essere esclusivamente    per   l’alunno    H, bensì   deve   essere   un   supporto   psicologico    e pedagogico per tutti gli alunni e perché no, anche per gli altri docenti.  Questa per non far sentir l’alunno con disabilità un   “diverso”    ed accentuare così il suo disagio: d’altra parte   le classi differenziali hanno cessato di esistere già da tempo grazie al cielo.

La pedagogia e la psicologia mi hanno sempre appassionato, e ho conseguito anche il Diploma di “Assistente Sociale”, ed ho avuto modo di avvicinarmi a questa disciplina che permette di studiare ed acquisire conoscenze indispensabili per un operatore nel settore scolastico e non. Ritengo che qualunque sia il ruolo che si occupi nell’istituzione scolastica, dal collaboratore scolastico all’applicato di segreteria, dal docente al dirigente scolastico è fondamentale avere queste conoscenze per meglio gestire i rapporti con i giovani, per rendere più proficuo il loro interesse per l’ambiente scolastico e per le discipline che vi si studiano, per aiutarli a migliorare la convivenza con i coetanei … per aiutarli a crescere.

Pochi mesi fa ho letto un libro di Vittorino Andreoli, dedicato proprio al docente, intitolato “Lettera a un insegnante”, libro che ho letto con vivo interesse e che indubbiamente ha arricchito la mia esperienza di docente, contribuendo ad arricchire e trasformare in parte la mia metodologia didattica. Il modo di insegnare si mette a punto in anni di esperienza e necessita sempre di essere riveduto, corretto e migliorato attraverso i continui contatti con gli allievi, ai quali cerco sempre di dare tanto ma che a loro volta, anche se inconsapevolmente, mi danno tanto, contribuendo in modo fondamentale alla mia crescita professionale. Sulla copertina interna del libro una frase mi ha particolarmente colpito e ci tengo a riportarla fedelmente: “La scuola deve essere per i giovani un luogo protetto cui provare ad allargare le ali, in cui cominciare a vivere in gruppo imparando a sviluppare le capacità razionali ma anche a gestire l’emozione e i sentimenti”.

Oggigiorno ritengo siano pochi i docenti che effettivamente concordano con questo pensiero, da una parte perché vedono nell’insegnamento esclusivamente la meta per conseguire lo stipendio, è il loro lavoro, dall’altra perché la troppa vivacità degli allievi e la cattiva organizzazione della scuola, spesso anche povera di risorse e strumenti validi che possano essere d’ausilio all’attività del docente, lo portano a disinnamorarsi ed a non riconoscere più in questa attività l’arduo compito della missione. Sì, penso che fare l’insegnante sia una missione, per espletare al meglio questo ruolo è indispensabile avere la “vocazione”, essere travolti completamente dalla passione per l’insegnamento, dalla voglia di trasmettere le conoscenze acquisite negli anni e permettere agli allievi di strappare questi saperi al fine di arricchire quello zainetto virtuale, quel bagaglio culturale, che li accompagnerà tutta la vita, insieme all’acquisizione di quelle competenze indispensabili per il loro futuro e quelle capacità che li distingueranno nell’intero percorso di vita.

Lavoro di Gruppo (Cembalo – Del Prete – Ferrante)

LAVORO DI GRUPPO 10/05/2016 (CEMBAL0 – DEL PRETE – FERRANTE)
La relazione educativa è il cuore dell’educazione e, quindi, è un incontro che si realizza nel rapporto interpersonale dei soggetti coinvolti. La relazione è lo strumento privilegiato del fare educazione che consente a tutti i soggetti implicati di arricchirsi dell’altro. Infatti, quando l’educatore veramente accoglie l’educando si alimenta un rapporto di reciprocità nel quale c’è rispetto dei ritmi e degli spazi del dare e del ricevere.
L’empatia è la via maestra affinché si giunga alla coscienza delle proprie emozioni e degli aspetti di sé sconosciuti. Caratteri costitutivi della relazione educativa sono: l’intenzionalità e l’asimmetria: “età, maggiori esperienze, conoscenze e maturità personali dell’educatore rispetto all’educando”.
La scuola è il contesto educativo in cui la relazione educativa si presenta in tutta la sua complessità.
La relazione educativa trova migliore espressione nelle metodologie cooperative e partecipative, in cui il nostro ruolo di docente si è configurato come facilitatore l’alunno e il gruppo-classe che è divenuto co-costruttore di conoscenze e abilità.
Abbiamo costruito una significativa alleanza educativa tra scuola e famiglia dove la necessità di dare indicazioni certe ci hanno portato a diventare punto di rifermento sicuro ed autorevole.
Questi elementi hanno creato un clima di fiducia sviluppando l’autostima e riconoscendo non solo i bisogni fisiologici ma anche quelli psicoaffettivi aiutando il singolo ad un uscire dal proprio isolamento a ritrovarsi nella considerazione dell’altro.